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		<title>Corso sul massaggio: iscrizioni aperte</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 08:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si terrà nei giorni 7 e 8 luglio il prossimo corso di formazione sul contatto e le tecniche di massaggio organizzato dal Centro Mandala. Sono aperte le iscrizioni. Per maggiori informazioni vai alla pagina]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/05/massaggio.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1065" title="massaggio" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/05/massaggio-300x164.jpg" alt="" width="300" height="164" /></a>Si terrà nei giorni<strong> 7 e 8 luglio</strong> il prossimo corso di formazione sul contatto e le tecniche di massaggio organizzato dal Centro Mandala. Sono aperte le iscrizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
Per maggiori informazioni <a href="http://www.centromandala.info/formazione/corso-massaggio-e-contatto/">vai alla pagina </a></p>
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		<title>NUOVA SEDE NUOVE OFFERTE</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 10:57:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per festeggiare l&#8217;apertura della nuova sede del Centro Mandala, ancora più spaziosa, luminosa e confortevole, vi proponiamo per tutto il mese di Maggio 2012 le seguenti offerte: - Prima consulenza psicologica a metà prezzo (per appuntamenti dr. Ausilio tel. 328 4645207) - Primo massaggio a metà prezzo (per appuntamenti Renata Ristova tel. 393 5480493) La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/05/spumante-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1023" title="4 T UMAX     PL-II            V1.4 [6]" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/05/spumante-1-300x288.jpg" alt="" width="300" height="288" /></a>Per festeggiare l&#8217;apertura della <strong>nuova sede del Centro Mandala</strong>, ancora più spaziosa, luminosa e confortevole, vi proponiamo per tutto il mese di Maggio 2012 le seguenti offerte:</p>
<p style="text-align: justify;">- <strong>Prima consulenza psicologica a metà prezzo</strong> (per appuntamenti dr. Ausilio tel. 328 4645207)</p>
<p style="text-align: justify;">- <strong>Primo massaggio a metà prezzo</strong> (per appuntamenti Renata Ristova tel. 393 5480493)</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova sede del Centro Mandala si trova ad Orvieto Scalo, <strong>Via Monte Peglia 22,</strong> tra ufficio postale e Coscetta elettrodomestici.</p>
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		<title>Dipendenza da gioco d&#8217;azzardo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 14:08:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il gioco d’azzardo patologico è una delle prime forme di “dipendenza senza droga” studiate che ha ben presto attratto l’interesse della psicologia e della psichiatria, ma anche dei mezzi di comunicazione di massa, degli scrittori e dei registi, al punto che si continua spesso a riparlarne in relazione alle sue conseguenze piuttosto serie sulla salute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/04/girls-roulette.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1010" title="girls-roulette" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/04/girls-roulette-300x249.jpg" alt="" width="300" height="249" /></a>Il gioco d’azzardo patologico è una delle prime forme di “dipendenza senza droga” studiate che ha ben presto attratto l’interesse della psicologia e della psichiatria, ma anche dei mezzi di comunicazione di massa, degli scrittori e dei registi, al punto che si continua spesso a riparlarne in relazione alle sue conseguenze piuttosto serie sulla salute ed in particolare sull’equilibrio mentale che questo tipo di problema è in grado di produrre. Nella ludodipendenza il vero senso del gioco, attraverso cui si può costruire e scoprire il Sè &#8211; quello che vuol dire libertà, creatività, apprendimento di regole e ruoli, sospendendo le conseguenze reali &#8211; viene completamente ribaltato per trasformare la cosiddetta “oasi della gioia” in una “gabbia del Sé”, fatta di schiavitù, ossessione, ripetitività.<span id="more-1009"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il gioco d’azzardo nella storia dell’uomo e delle civiltà</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’attività giocosa che concerne la manipolazione di elementi aleatori, che vanno dai numeri ai simboli, rappresenta una tradizione degli esseri umani verso la quale l’uomo è propenso anche in virtù dell’eredità, mai completamente abbandonata, della modalità di pensiero magico-onnipotente, che spesso spinge ad associare al gioco il rischio dei propri beni e del denaro. È proprio sulla base di tale naturale propensione verso il gioco d’azzardo, che nella storia e nel tempo si sono sviluppate molteplici forme di giochi di rischio associati quasi sempre al “caso” e di cui esistono tracce sia nei reperti archeologici (dadi e oggetti similari), che negli antichi manoscritti relativi ai popoli orientali dell’antico Egitto, della Cina, del Giappone e dell’India, ma anche nelle narrazioni sull’antica Grecia legate alle scommesse degli indovini sui risultati dei giochi olimpici e sull’antica Roma dove sui combattimenti dei gladiatori si poteva scommettere con delle puntate, le cosiddette “munera”. La diffusione globale del gioco d’azzardo trova conferma nella stessa etimologia della parola <strong>“azzardo”</strong>che deriva dal francese <em>“hasard”</em> , una parola a sua volta di origine araba e derivante dal termine <em>“az-zahr”</em> che designava il “dado”, uno dei più antichi oggetti a cui si lega la tradizione del gioco sociale di scommessa. Lo sviluppo sociale del problema del gioco d’azzardo è in parte favorita anche dalle crescenti possibilità di scelta tra una vasta gamma di tipologie di gioco, ormai sempre più legalizzate, che riescono a rispondere alle simpatie dei giocatori con diverse propensioni e con differenti personalità. Così i giocatori d’azzardo vanno dagli amanti della trasgressione da gran salone, come quella dei giochi da Casinò e delle slot-machine, agli appassionati dei videogiochi che si lasciano conquistare dai sempre più diffusi videopoker, agli appassionati dei giochi d’azzardo popolari, come le lotterie, il gioco di numeri e di schedine, fino al Bingo, la moderna trasformazione del gioco della tombola, che riesce a conquistare anche interi gruppi grazie al suo profondo legame con il vissuto di una concessa usanza festiva a dimensione familiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal vizio alla dipendenza: caratteristiche del gioco d’azzardo patologico</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per cominciare ad individuare gli indicatori della patologia da gioco, è estremamente importante chiarire innanzitutto la necessità di operare una distinzione <em>tra giocatori d’azzardo e giocatori patologici</em> . Per molte persone, infatti, numerosi giochi d’azzardo tra quelli elencati sono piacevoli passatempi, in taluni casi occasionali e in altri abituali, ma anche in quest’ultimo caso non significa che il gioco sia necessariamente patologico, dal momento che non è la quantità il fattore discriminante del problema. Il giocatore compulsivo, infatti, si pone lungo un <em>continuum</em> che conta diverse tappe dai confini spesso sfumati che vanno dal gioco occasionale, al gioco abituale, al gioco a rischio fino al gioco compulsivo. Di conseguenza, il gioco d’azzardo patologico si configura come un problema caratterizzato da una graduale perdita della capacità di autolimitare il proprio comportamento di gioco, che finisce per assorbire, direttamente o indirettamente, sempre più tempo quotidiano, creando problemi secondari gravi che coinvolgono diverse aree della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Lungo il <em>continuum</em> tra gioco d’azzardo ricreativo e gioco patologico, in relazione alle motivazioni che sembrano determinare e accompagnare il gioco d’azzardo, sono state distinte le seguenti <strong>tipologie di giocatori</strong> (Alonso Fernandez F., 1996, Dickerson M., 1993):</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>il <strong>giocatore sociale</strong> che è mosso dalla partecipazione ricreativa, considera il gioco come un’occasione per socializzare e divertirsi e sa governare i propri impulsi distruttivi;</li>
<li>il <strong>giocatore problematico</strong> in cui, pur non essendo presente ancora una vera e propria patologia attiva, esistono dei problemi sociali da cui sfugge o a cui cerca soluzione attraverso il gioco;</li>
<li>il <strong>giocatore patologico</strong> in cui la dimensione del gioco è ribaltata in un comportamento distruttivo che è alimentato da altre serie problematiche psichiche;</li>
<li>il <strong>giocatore patologico</strong> <strong>impulsivo/dipendente</strong> in cui i gravi sintomi che sottolineano il rapporto patologico con il gioco d’azzardo sono talvolta più centrati sull’impulsività e altre volte sulla dipendenza.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Un giocatore veramente dipendente è una persona in cui l’impulso per il gioco diviene un bisogno irrefrenabile e incontrollabile, al quale si accompagna una forte tensione emotiva ed una incapacità, parziale o totale, di ricorrere ad un pensiero riflessivo e logico. L’autoinganno e il ricorso a ragionamenti apparentemente razionali assumono la funzione di strumenti di controllo del senso di colpa e innestano ed alimentano un circolo autodistruttivo (Fig.1) in cui se il giocatore dipendente perde, giustifica il suo gioco insistente col tentativo di rifarsi e di “riuscire almeno a riprendere i soldi persi”, se vince si giustifica affermando che “è il suo giorno fortunato e deve approfittarne”, sottolineando una temporanea vittoria che supporta, attraverso una realtà vera ma alquanto instabile e temporanea, questa affermazione interiore o esteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stato mentale di un giocatore patologico è pertanto estremamente diverso da quello di un giocatore anche assiduo non patologico e si caratterizza per il raggiungimento di uno stato similare alla sbornia, con una modificazione della percezione temporale, un rallentamento o perfino blocco del tempo, che nasce da una tendenza a raggiungere uno stato alterato di coscienza completamente assorbiti, fino ad uno stato di estasi ipnotica, dal gioco. Talvolta questa condizione della mente è favorita da un reale consumo di alcolici o di altre sostanze, associato al gioco, che alimenta la perdita di controllo della propria condotta.</p>
<div style="text-align: justify;">
<table border="0" cellspacing="1" cellpadding="2" width="0%">
<tbody>
<tr>
<td bgcolor="#F8F8F8"><object classid="clsid:D27CDB6E-AE6D-11cf-96B8-444553540000" width="300" height="250" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=9,0,0,0"><embed style="display: none;" width="300" height="250" src="http://ads.benessere.com/adimage.php?filename=fonteverde12_300x250_2.swf&amp;contenttype=swf" quality="high" pluginspace="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer"></embed></object></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p style="text-align: justify;">Per chiarire le caratteristiche diagnostiche del gioco patologico, è molto importante altresì distinguere il “<em>vizio del gioco</em> ” dalla “<em>malattia del gioco</em> ”, sottolineando anche che spesso esiste una tendenza ad usare il primo termine per designare impropriamente comportamenti patologici. La distinzione è estremamente importante perché permette di individuare una delle caratteristiche fondamentali del gioco d’azzardo patologico, disturbo siglato in psichiatria G.A.P.: la perdita di controllo sul proprio comportamento, che invece nel vizio è un comportamento volontario, che può essere controllato ed eventualmente interrotto da una persona che, tuttavia, lo mette in atto con volontà e consapevolezza delle connotazioni negative attribuite ad esso da un punto di vista morale.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra distinzione che è opportuno fare, anche in relazione alla diversa impostazione del possibile percorso terapeutico, è quella tra “dipendenza da gioco”, ossia <em>disturbo primario del gioco</em> , noto anche come “compulsive gambling” o “ludopatia morbosa compulsiva”, e<em>“gioco patologico secondario”</em> , ossia sintomo di un’altra problematica psichica. In quest’ultimo caso, infatti, il gioco patologico può essere considerato come un effetto di un disturbo primario che deve divenire il focus della terapia. Nella “ludomania” invece spesso esistono dei problemi psicologici o psichiatrici che sono conseguenza del circolo vizioso del gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, secondo i criteri classificatori tradizionali della psichiatria, possiamo sintetizzare che siamo in presenza di “Gioco d’Azzardo Patologico” quando esiste un “comportamento persistente, ricorrente e disadattivo di gioco d’azzardo”, intendendo in quest’ultimo caso che il gioco è in grado di avere delle pesanti ricadute negative sulla vita personale, sociale e lavorativa del giocatore (AA.VV., 1994). I segnali di tale problema di dipendenza dal gioco possono essere più comportamenti tra quelli elencati di seguito e, in ogni caso, non riconducibili a conseguenze di altri disturbi primari:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>eccessivo assorbimento in attività dirette o indirette (programmi di gioco, pensieri su come procurarsi denaro, ecc.) legate al gioco d’azzardo;</li>
<li>bisogno di aumentare la quantità di denaro con cui si gioca per raggiungere livelli di eccitazione desiderati;</li>
<li>tentativi ripetuti ma infruttuosi di interrompere, ridurre o controllare il proprio comportamento di gioco d’azzardo;</li>
<li>ansia o irritabilità quando si tenta di controllare o ridurre il gioco d’azzardo;</li>
<li>tendenza ad utilizzare il ricorso al gioco d’azzardo per ridurre stati affettivi negativi (colpa, impotenza, depressione, ecc.) o per fuggire a problemi;</li>
<li>tendenza a ritornare al gioco per rifarsi dalle perdite precedenti;</li>
<li>propensione a mentire sul proprio comportamento di gioco;</li>
<li>perdita reale o grave rischio di perdita, a causa del gioco d’azzardo, di una o più relazioni importanti oppure compromissione del lavoro o di opportunità scolastiche;</li>
<li>ricorso a comportamenti illegali quali furti, frodi, baro, falsificazione;</li>
<li>richiesta ad altri di denaro necessario per rimediare alla propria situazione finanziaria più o meno disperata a causa dei debiti di gioco.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Si può parlare di una vera e propria <strong>“dipendenza dal gioco d’azzardo” </strong>se sono presenti sintomi di tolleranza, come il bisogno di aumentare la quantità di gioco, <em>sintomi di astinenza</em>, come malessere legato ad ansietà e irritabilità associati a problemi vegetativi o a comportamenti criminali impulsivi e <em>sintomi di perdita di controllo </em>manifestati attraverso incapacità di smettere di giocare. Se prevalgono altri sintomi maggiormente legati al deficit nel controllo degli impulsi, il comportamento di gioco patologico impulsivo va ricondotto soprattutto ad un problema in quest’area, senza che si possa necessariamente parlare di dipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni autori (Custer, 1982) distinguono <strong>le fasi di progressione del gioco d’azzardo patologico</strong> , in cui un giocatore si può muovere sia sul versante dell’aggravamento del problema che della possibile risoluzione dello stesso. Più precisamente sono state individuate le seguenti tappe:</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>FASE VINCENTE: caratterizzata dal gioco occasionale e da vincite iniziali che motivano a giocare in modo crescente, spesso grazie alla capacità del gioco di produrre un piacere e di alleviare tensioni e stati emotivi negativi;</li>
<li>FASE PERDENTE: connotata dal gioco solitario, dall’aumento del denaro investito nel gioco, dalla nascita di debiti, dalla crescita del pensiero relativo al gioco e del tempo speso a giocare;</li>
<li>FASE DI DISPERAZIONE: in cui cresce ancora il tempo dedicato al gioco e l’isolamento sociale conseguente, con il degenerare dei problemi lavorativi/scolastici e familiari (divorzi, separazioni) che talvolta ha generato anche gesti disperati di tentativi di suicidio;</li>
<li>FASE CRITICA: in cui nasce il desiderio di aiuto, la speranza di uscire dal problema e il tentativo realistico di risolverlo attraverso il ritorno al lavoro, nonché i tentativi di ricucire debiti e problemi socio-familiari;</li>
<li>FASE DI RICOSTRUZIONE: in cui cominciano a vedersi i miglioramenti nella vita familiare, nella capacità di pianificare nuovi obiettivi e nell’autostima;</li>
<li>FASE DI CRESCITA: in cui si sviluppa maggiore introspezione e un nuovo stile di vita lontano dal gioco.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalle motivazioni ai fattori di rischio del gioco</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Numerosi studi hanno cercato di individuare <strong>i fattori di rischio</strong> che predispongono a diventare “giocatori d’azzardo impulsivi” o perfino “gioco-dipendenti”, ricorrendo a tre aspetti, generalmente ritenuti in interazione fra loro:</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>ASPETTI BIOLOGICI: relativi a fattori principalmente neurofisiologici, ancora non ben dimostrati, ossia allo squilibrio che si potrebbe determinare nel funzionamento del sistema di neurotrasmettitori cerebrali atti a produrre serotonina, una sostanza chimica cerebrale, responsabile di un equilibrio affettivo-comportamentale, che nei giocatori patologici scenderebbe sotto i livelli comuni rispetto alla media;</li>
<li>ASPETTI AMBIENTALI-EDUCATIVI: inerenti sia l’educazione ricevuta e quindi l’ambiente evolutivo caratterizzato da situazioni problematiche e da una tendenza a stimolare e ipervalorizzare le possibilità di felicità legate al possesso del denaro, sia la presenza di difficoltà economiche legate ad esempio allo stato di disoccupazione che sembra un particolare fattore di rischio per l’insorgenza della ludomania;</li>
<li>ASPETTI PSICOLOGICI: che talvolta sembrano più connessi alla presenza di tratti di personalità lussuriosa e avara di denaro, talvolta connessi al bisogno di riuscire a dimostrare un controllo sul fato e sul caso, come simbolo del controllo sul mondo che sfugge ad una regolarità.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">I giochi che sembrano predisporre maggiormente al rischio sono quelli che offrono maggiore vicinanza spazio-temporale tra scommessa e premio, quali le slot-machines e i giochi da casinò, ma anche i videopoker e il Bingo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fasce più a rischio sembrano invece, tra le donne, le casalinghe e le lavoratrici autonome dai quaranta ai cinquant’anni e, tra gli uomini, i disoccupati o i lavoratori autonomi che hanno un frequente contatto col denaro o con la vendita ed un’età intorno ai quarant’anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dominare il desiderio di dominare il fato</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal momento in cui il gioco d’azzardo patologico è stato riconosciuto come un vero e proprio disturbo psicologico, distinto da altre problematiche, sono stati sviluppati diversi programmi di intervento sul problema che spesso viene ormai affrontato in vere e proprie comunità di recupero. Altrettanto utili sembrano i risultati legati alla partecipazione dei giocatori a gruppi di auto-aiuto per Giocatori Anonimi, fondati su diverse tappe per l’uscita dal problema, dal suo riconoscimento, alla condivisione, ai traguardi verso l’abbandono basati sull’analisi delle tecniche di autoinganno comuni che spesso vengono più facilmente osservate nei racconti degli altri che rispecchiano i propri pensieri. Ciò che va sottolineato è che, attraverso metodi individuali, di gruppo terapeutico, di auto-aiuto o di comunità, gli obiettivi terapeutici vanno sempre centrati sulla possibilità di modificare, oltre che il comportamento di gioco, il substrato cognitivo fatto di pensieri legati all’idea che prima o poi arriverà il giorno in cui il gioco potrà cambiare la propria vita risolvendo magicamente i propri problemi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni riferimenti bibliografici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Alonso-Fernandez Francisco, 1996, La dipendenza dal gioco. In Le altre droghe, EUR, Roma.</li>
<li>AA.VV., 1994, DSM-IV, Masson</li>
<li>Croce M., Zerbetto R., 2001, Il gioco e l’azzardo. Il fenomeno, la clinica, le possibilità d’intervento, Franco Angeli, Milano.</li>
<li>Dickerson M., 1993, La dipendenza da gioco. Come diventare giocatori d’azzardo e come smettere, Edizioni Gruppo Abele, Torino.</li>
<li>Lavanco G., Varveri L., 2006, Le nuove forme dell’azzardo. In Psicologia Contemporanea, 194, 58-64.</li>
<li>Mazzocchi S., 2005, Mi gioco la vita. Mal d’azzardo: storie vere di giocatori estremi, Baldini Castaldi Dalai Editore.</li>
<li>Williams A., 2000, Gioco d’azzardo. Un affare di famiglia, Editori Riuniti, Roma.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">A cura della Dott.ssa Monica Monaco (estratto dal sito www.benessere.com)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>dott. Roberto Ausilio</strong><br />
Psicologo Psicoterapeuta<br />
Info e appuntamenti: + 39 328 4645207</p>
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		<title>Stress da lavoro per un italiano su 4</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 08:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Segnaliamo un interessante articolo sullo stress da lavoro, convinti dell&#8217;importanza della figura dello psicologo all&#8217;interno delle aziende. &#160; Stress da lavoro per un italiano su 4 ma dove si cura crolla l&#8217;assenteismo &#8211; Repubblica.it.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/04/153023092-ed719a95-532f-48cc-be4b-9cabe395e60b-th.jpg" alt="" width="200" height="200" />Segnaliamo un interessante articolo sullo stress da lavoro, convinti dell&#8217;importanza della figura dello psicologo all&#8217;interno delle aziende.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/salute/forma-e-bellezza/2012/03/30/news/un_italiano_su_4_stressato_dal_lavoro-32468687/">Stress da lavoro per un italiano su 4 ma dove si cura crolla l&#8217;assenteismo &#8211; Repubblica.it</a>.</p>
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		<title>Papà depresso, ricadute sui figli</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 09:04:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I disturbi della madre e le conseguenze sulla vita mentale del bambino sono ben documentati, ma si parla ancora poco dell&#8217;impatto sui più piccoli di un padre con sintomi depressivi. Uno studio Usa, che approfondisce un lavoro precedente, si focalizza sui fattori di predisposizione. Fra cui spicca la perdita del lavoro. E&#8217; un filo rosso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/03/papà.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-940" title="papà" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/03/papà-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>I disturbi della madre e le conseguenze sulla vita mentale del bambino sono ben documentati, ma si parla ancora poco dell&#8217;impatto sui più piccoli di un padre con sintomi depressivi. Uno studio Usa, che approfondisce un lavoro precedente, si focalizza sui fattori di predisposizione. Fra cui spicca la perdita del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; un filo rosso che collega milioni di persone, un male democratico, che può colpire tutti. Ma quando a soffrire di depressione è un padre, le conseguenze sulla salute e lo sviluppo dei figli possono essere molto pesanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-939"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Si parla ancora poco di male oscuro al maschile nella sfera familiare. Se il malessere della madre e le sue ricadute sulla vita mentale del bambino sono note e ben documentate, è solo recentemente che l&#8217;attenzione ha iniziato a focalizzarsi anche sull&#8217;altro genitore. Segno dei tempi, di ruoli che cambiano e di un coinvolgimento sempre più forte dei papà nel rapporto emotivo ed educativo con i figli.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mesi scorsi uno studio condotto su un campione significativo 1 di 22mila famiglie americane lungo l&#8217;arco di quattro anni &#8211; sotto la guida dal dottor Michael Weitzman della New York University &#8211; ha evidenziato come le possibilità dei bambini e ragazzi di sviluppare problemi emotivi o comportamentali aumentano se vivono con un padre che mostra sintomi depressivi.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, secondo i dati raccolti dai ricercatori, il 15% dei bambini &#8211; dai 5 ai 17 anni d&#8217;età &#8211; hanno difficoltà emotive se abitano con un papà depresso. Valore che sale al 20 per cento se a stare male è invece la madre e che cala invece al 6 se entrambi i genitori sono in salute. Servono nuovi studi, avevano suggerito gli scienziati, sorpresi dai pochi dati a disposizione su larga scala, e politiche sanitarie adeguate che riconoscano l&#8217;importanza del ruolo paterno in modo da poter intervenire per tempo nell&#8217;interesse dei più piccoli.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, in un seguito pubblicato nei giorni scorsi su Maternal and Child Health Journal, Weitzman e colleghi della NYU School of medicine 2 tornano sul tema concentrandosi questa volta sui fattori di rischio che possono predisporre il padre alla depressione. E arrivano a concludere che fra i diversi elementi che possono far predire possibili sintomi depressivi, il più evidente è la perdita del lavoro, più influente della povertà e dell&#8217;avere accanto un figlio malato o una madre depressa. Un risultato drammaticamente attuale, con implicazioni profonde in tempi di pesante crisi nel mercato dell&#8217;occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">In famiglia i più piccoli sono vulnerabili ed estremamente sensibili e colgono perfettamente le emozioni che circolano all&#8217;interno della coppia. &#8220;Vedere un padre, che tradizionalmente mantiene la famiglia, depresso e sfiduciato genera un profondo senso di insicurezza nei figli, che dalla famiglia, finché sono piccoli, assumono la loro identità&#8221;, racconta la professoressa Anna Oliverio Ferraris, ordinaria di psicologia dello sviluppo all&#8217;università La Sapienza di Roma, che, proprio in questi giorni, ha in uscita in libreria il suo ultimo libro &#8220;Padri alla riscossa. Crescere un figlio oggi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il padre oggi non è più solo il bread-winner ma una figura d&#8217;attaccamento, che stabilisce molto presto rapporti emotivi col figlio&#8221;, continua la dottoressa. Se la cura dei più piccoli e la loro educazione prima era un affare di donne, oggi non è più così.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il messaggio di Weitzman è chiaro: la figura paterna non può più essere trascurata. E i risultati dello studio possono aiutare ad identificare chi potrebbe trarre maggior beneficio da uno screening sui sintomi della malattia. &#8220;Quello che viviamo oggi è un momento particolare. I padri sono più fragili per diversi motivi e non solo per la congiuntura economica. C&#8217;è una condizione di vulnerabilità della famiglia in generale&#8221;, commenta il professor Giovanni Cioni, neuropsichiatria infantile, ordinario all&#8217;Università di Pisa e Direttore Scientifico dell&#8217;IRCCS Stella Maris per la Neuropsichiatria dell&#8217;Infanzia e dell&#8217;Adolescenza.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro, il ruolo del padre diventa di assoluta importanza. &#8220;Oggi il 10 per cento dei bambini e adolescenti ha disturbi della vita mentale, di varia gravità&#8221;, aggiunge il professore. &#8220;E&#8217; chiaro che intervenire in fretta su quelle che possono essere le cause, a partire dalla famiglia, diventa prioritario anche a livello clinico e sanitario. E concentrarsi solo sulla madre, come si è fatto a lungo, dà un quadro incompleto&#8221;. Il bambino oggi è maggiormente influenzato dal padre e del suo più stretto coinvolgimento nella vita del figlio ci si accorge tutti i giorni: basta guardarsi attorno a scuola, al parco o per strada. Un contesto che evolve, in cui i ruoli, appunto, mutano. &#8220;E&#8217; normale allora che il focus sul padre cresca, anche nella letteratura scientifica&#8221;, conclude il professore.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Articolo di Alessia Manfredi</p>
<p style="text-align: justify;">tratto dal sito www.repubblica.it</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>schizofrenia</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 08:19:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Schizofrenia e disturbi sociali: studio italiano ne svela la natura Sono tipici della patologia che colpisce l&#8217;un per cento della popolazione adulta, in cui, a tratti, si perde il senso della realtà. Un lavoro dell&#8217;università di Chieti e di Parma rivela le alterazioni del funzionamento cerebrale in chi ne soffre. E mette in evidenza le basi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/cervello.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-935" title="cervello" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/cervello.jpg" alt="" width="300" height="299" /></a>Schizofrenia e disturbi sociali</strong>: <strong>studio italiano ne svela la natura</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono tipici della patologia che colpisce l&#8217;un per cento della popolazione adulta, in cui, a tratti, si perde il senso della realtà. Un lavoro dell&#8217;università di Chieti e di Parma rivela le alterazioni del funzionamento cerebrale in chi ne soffre. E mette in evidenza le basi neurali di uno dei tratti chiave: l&#8217;incapacità di stabilire un confine preciso fra il sé e l&#8217;altro.<span id="more-933"></span></p>
<p style="text-align: justify;">ALLUCINAZIONI, deliri, tendenza ad isolarsi. Chi soffre di schizofrenia a volte perde il senso della realtà e si sente spaventato, confuso. Un tratto tipico di questo disturbo che colpisce l&#8217;uno per cento della popolazione adulta, è la disfunzione sociale: l&#8217;altro diventa un enigma indecifrabile, genera ansia, portando ad una serie di meccanismi compensatori che si traducono in comportamenti psicotici.</p>
<p>Ciò che non è chiaro in questa malattia complessa ed invalidante è se i deficit sociali riguardino le relazioni con gli altri individui o abbiano le proprie radici nei disturbi dell&#8217;esperienza in prima persona del proprio corpo. Ora uno studio italiano dell&#8217;università di Chieti e di Parma, guidato da Vittorio Gallese, professore di fisiologia al <a href="http://www.unipr.it/arpa/mirror/english/index.htm">dipartimento di neuroscienze dell&#8217;università di Parma <sup>1</sup></a>, dà una nuova spiegazione della natura dei disturbi sociali caratteristici della patologia, rivelando le alterazioni del funzionamento cerebrale in chi ne soffre. E mettendo in evidenza le basi neurali di uno dei suoi tratti chiave: l&#8217;incapacità di stabilire un confine preciso fra il sé e l&#8217;altro.</p>
<p>Usando la tecnica della risonanza magnetica funzionale, Gallese e i suoi colleghi, che hanno pubblicato i risultati del loro studio su <em><a href="http://scan.oxfordjournals.org/">Social Cognitive and Affective Neuroscience <sup>2</sup></a>,</em> hanno osservato le risposte cerebrali a situazioni sociali riguardanti l&#8217;osservazione di sensazioni corporee vissute da altri. Ed hanno visto che nei pazienti schizofrenici ci sono attivazioni neurali diverse rispetto agli individui sani, in regioni cerebrali coinvolte durante l&#8217;esperienza soggettiva di sensazioni corporee tattili.</p>
<p style="text-align: justify;">
In particolare nella corteccia premotoria &#8211; coinvolta normalmente nella percezione di sensazioni corporee e nell&#8217;integrazione del controllo motorio con le informazioni sensoriali visive, tattili ed uditive &#8211; e nell&#8217;insula posteriore, fondamentale non solo nella percezione delle sensazioni corporee ma nel distinguere il sé dagli altri in situazioni di &#8220;affettività sociale&#8221;. Funzioni importanti, &#8220;perché rendono possibile il senso di possedere le proprie esperienze, come azioni e sensazioni. Ciò è quanto appare disturbato nella patologia schizofrenica&#8221;, spiega Sjoerd Ebisch dell&#8217;Università di Chieti e co-autore principale del lavoro. &#8220;Le alterazioni nervose rivelate dal nostro studio potrebbero essere alla base della ridotta capacità di distinguere le proprie esperienze da quelle degli altri nelle interazioni sociali, e di comprendere intuitivamente il senso di queste stesse interazioni&#8221;.</p>
<p>Tutto è partito dai neuroni specchio, scoperti da un gruppo di scienziati dell&#8217;università di Parma, fra cui proprio Gallese, nel 1991. Sono cellule nervose che si attivano sia quando si fa una cosa in prima persona che quando si osserva un altro compiere la stessa azione. Grazie a meccanismi verosimilmente analoghi,  basta scorgere un&#8217;emozione su un viso o percepire che la gamba di un altro viene sfiorata per simulare nel nostro cervello una sensazione corrispondente. Questo meccanismo è ciò che Gallese definisce &#8220;simulazione incarnata&#8221;.</p>
<p>&#8220;Diversi anni fa abbiamo iniziato a pensare che questa potesse essere solo la punta di un iceberg e che la stessa logica fosse applicabile ad ambiti diversi, come quello delle sensazioni e delle emozioni&#8221;.  Alla luce di questo modello, si è deciso di concentrarsi su due patologie in cui il tema dell&#8217;intersoggettività risulta centrale, spiega ancora il professore: la psicosi schizofrenica e l&#8217;autismo infantile, molto diverse fra loro ma con un tratto comune, ossia i problemi di relazione con l&#8217;altro.</p>
<p>Finora queste patologie sono state studiate con un approccio &#8220;dall&#8217;alto&#8221;, cognitivista, senza concentrarsi sulla dimensione &#8220;incarnata&#8221; dell&#8217;esperienza in prima persona. &#8220;Questo lavoro ne segue uno diverso ed è solo il primo di una serie&#8221;, racconta ancora Gallese.</p>
<p>I pazienti sono stati osservati a sei mesi dal primo episodio di schizofrenia. Ed è emerso che durante la &#8220;percezione sociale&#8221;  -  i pazienti guardavano il video di una mano toccata da un&#8217;altra mano, accarezzata o schiaffeggiata &#8211; nei soggetti schizofrenici l&#8217;area della corteccia premotoria si attivava molto meno rispetto al gruppo di controllo. E risultava tanto meno attiva quanto più gravi erano i sintomi della malattia riguardo all&#8217;esperienza del sé. L&#8217;insula posteriore, invece, che negli individui sani si &#8220;spegne&#8221; quando si osservano esperienze tattili nell&#8217;altro, nei soggetti schizofrenici rimaneva attiva.</p>
<p>&#8220;La schizofrenia si caratterizza per un problema di confine del sé corporeo &#8211; riassume Gallese &#8211; e qui forniamo una chiave di lettura, mettendo in evidenza le basi neurali del problema chiave: non essere in grado di tracciare confini netti fra il sé e l&#8217;altro&#8221;.</p>
<p>All&#8217;estero il lavoro ha suscitato parecchio interesse. Per Georg Northoff, dell&#8217;Institute of Mental Health Research dell&#8217;Univeristà di Ottawa, si tratta di uno studio unico dai risultati importanti, &#8220;che mostrano come i pazienti schizofrenici perdono letteralmente il contatto con la realtà in quanto incapaci di integrare il loro sé con quello degli altri e quindi con l&#8217;ambiente sociale&#8221;, con conseguenze di rilievo per la comprensione non solo della malattia ma del funzionamento del cervello.</p>
<p>Già Freud aveva ipotizzato che un&#8217;alterazione nella distinzione tra &#8220;me e altro da me&#8221; fosse alla base del pensiero psicotico, sottolinea Mark Solms, curatore della nuova edizione standard integrale dei lavori psicologici del padre della psicoanalisi: per l&#8217;esperto questo lavoro &#8220;fornisce una nuova base scientifica alla sua teoria&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">articolo pubblicato su repubblica.it<br />
05/02/2012</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>dott. Roberto Ausilio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">psicologo psicoterapeuta viterbo<br />
tel. 328 4645207</p>
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		<title>La masturbazione</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 08:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Centro Mandala &#8211; Psicologia e Salute &#8211; Benessere Mente Corpo &#8211; Orvieto Quello della masturbazione è un tema affrontato molto spesso in maniera poco chiara. L&#8217;educazione sessuale in famiglia o a scuola, carente quando non addirittura fuorviante, fa ben poco per aiutarci a capire questa pratica, e a darle una giusta e collocazione nella nostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Centro Mandala &#8211; Psicologia e Salute &#8211; Benessere Mente Corpo &#8211; Orvieto</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/182631_125042320900577_100001844281836_163871_5203520_n.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-921" title="182631_125042320900577_100001844281836_163871_5203520_n" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/182631_125042320900577_100001844281836_163871_5203520_n-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Quello della masturbazione è un tema affrontato molto spesso in maniera poco chiara. L&#8217;educazione sessuale in famiglia o a scuola, carente quando non addirittura fuorviante, fa ben poco per aiutarci a capire questa pratica, e a darle una giusta e collocazione nella nostra vita.Considerando il livello di diffusione, la masturbazione infatti è presente nella vita di tutti o quasi, in ogni fascia di età e in entrambi i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per capire meglio il ruolo della masturbazione nella nostra vita quotidiana, la sua importanza, la sua diffusione, riportiamo qui un&#8217;interessante intervista alla Professoressa Roberta Rossi dell&#8217;Istituto di Sessuologia Clinica di Roma.</p>
<p><strong>Quale funzione assolve, quale ruolo ha la masturbazione nella vita di una persona?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La stimolazione dei genitali è la prima forma di conoscenza del proprio corpo e delle sensazioni che possono essere sperimentate attraverso questa modalità. <span id="more-913"></span>Già nell&#8217;infanzia ritroviamo traccia della masturbazione, esperita dai bambini/e come forma di gioco, consolazione, scoperta del corpo dei compagni/e, ma è nell&#8217;adolescenza che la masturbazione trova la sua espressione massima, si è più consapevoli del piacere che questa modalità ci offre e la si ricerca appositamente. Anche nell&#8217;adolescenza aiuta a conoscere e vivere i cambiamenti del nostro corpo, le sensazioni legate a questo e diviene uno strumento importante per educarci al rispetto della propria e altrui sessualità. <span style="text-align: justify;">Recentemente un documento della WAS, l&#8217;Associazione Mondiale della Salute Sessuale, stilato con l&#8217; Organizzazione Mondiale della Sanità, sugli obiettivi della sessualità nel terzo millennio, (www.worldsexualhealth.org/millennium-declaration) ha sottolineato l&#8217;importanza di questa pratica nello sviluppo psicosessuale individuale, come forma di conoscenza e di educazione al piacere, nell&#8217;ottica del benessere sessuale individuale e di coppia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché la masturbazione riguarda anche chi ha già una relazione di coppia, e teoricamente non avrebbe bisogno di fare ricorso a questa pratica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esiste una sessualità relazionale e una sessualità individuale, entrambe hanno una loro specificità e non sono assolutamente in contrasto, né tantomeno la masturbazione deve essere vista come un&#8217;azione compensatoria rispetto a una sessualità di coppia insoddisfacente. Le persone che vivono serenamente la loro sessualità non si pongono il problema di eliminare la masturbazione quando subentra una relazione di coppia, ma neanche quella di mantenerla a tutti i costi. Sono aspetti diversi del benessere sessuale, che possono essere gestiti in maniera personale in base alle proprie esigenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si parla di masturbazione e si pensa al ragazzo giovane alle prime armi, invece la masturbazione è un fenomeno diffuso tra entrambi i sessi e più o meno in tutte le fasce di età. Può darci qualche dato percentuale e qualche indicazione per capire meglio la diffusione di questa pratica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/donna.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-916" title="donna" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/donna.jpg" alt="" width="277" height="182" /></a>La masturbazione è un comportamento trasversale nei sessi e nelle diverse fasce di età, e già questo dovrebbe farci riflettere sul suo significato. Come può ben capire è difficile fare ricerca su questi argomenti ed è difficile che le persone rispondano a questo tipo di domande, per imbarazzo, vergogna, timore del giudizio.</p>
<p><strong>Chi sostiene di non masturbarsi: mente, ha un problema, oppure non mente e non ha nessun problema?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo che la questione vada posta in questi termini. Come dicevo prima riguardo alla sessualità ognuno di noi si muove in maniera soggettiva e in base alla propria storia, a volte l&#8217;assenza della masturbazione può essere indicatore di un qualche tipo di difficoltà rispetto alla sessualità altre volte può essere semplicemente una scelta: provo un piacere maggiore in altro modo e non sento l&#8217;esigenza di masturbarmi. Non dobbiamo passare da un eccesso all&#8217;altro, demonizzare la masturbazione ha portato le persone nei secoli ad avere diversi problemi rispetto la sessualità in generale, oggi non dobbiamo farne un must a tutti i costi, ma aiutare le persone con una corretta informazione, a trovare un equilibrio nella propria vita sessuale e relazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando la masturbazione può essere definita &#8216;patologica&#8217;? Esiste un limite oltre il quale ci si dovrebbe rivolgere ad uno specialista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo parlando di un tipo di masturbazione non finalizzata al piacere, che viene ricercata e vissuta in modo ripetitivo, a volte ossessivo, per tentare di placare delle ansie sottostanti. In questi casi allora è bene cercare di comprendere meglio cosa cela questo comportamento rivolgendosi ad uno psicologo, uno psicoterapeuta, un sessuologo. La persona che utilizza la masturbazione in questo modo si rende conto del disagio che vive, ma spesso non riesce a dirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Masturbarsi fa calare la vista e crescere i peli sui palmi delle mani?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/168724_125041784233964_100001844281836_163843_6593543_n.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-917" title="168724_125041784233964_100001844281836_163843_6593543_n" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/168724_125041784233964_100001844281836_163843_6593543_n-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Ecco cosa intendo quando parlo di informazione corretta, non esistono dati scientifici che mostrano una relazione tra attività masturbatoria e qualsiasi tipo di conseguenza negativa sulla salute generale. Questi e altri ancora, sono stati i deterrenti proposti nel tempo per controllare la sessualità, vista come un forte detonatore individuale e sociale. Oggi abbiamo altri modi per controllarla, più sottili se vogliamo, ma sempre che tentano di esercitare una qualche forma di vigilanza sulla vita sessuale delle persone. In Italia, per esempio, non esiste una legge sull&#8217;educazione sessuale nelle scuole, ma poi si inorridisce di fronte ai video che i ragazzi fanno circolare su you tube e sui loro telefonini, o di fronte a quello che succede nelle chat. Se non pensiamo di poter dare una cornice di riferimento dove questi ragazzi possano discutere e confrontarsi sui temi della loro vita sessuo affettiva e poi proponiamo una società dove il sesso sembra sempre a portata di mano, rischiamo di creare tanti disadattamenti che avranno un costo a livello sociale e sanitario.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">tratto da <a href="http://www.adversus.it/">http://www.adversus.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>dott. Roberto Ausilio</strong><br />
<strong> Psicologo della Salute, psicoterapeuta</strong><br />
<strong> cell 328 4645207</strong><br />
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		<title>Psicologia dello sport</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 09:18:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[psicologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Centro Mandala &#8211; Psicologia e Salute &#8211; Benessere Mente Corpo &#8211; Orvieto Numerosi studi dimostrano che l’attività fisica migliora il benessere psicologico, il nostro modo di gestire lo stress e le funzionalità mentali (come la capacità di prendere decisioni e quella di pianificare e la memoria a breve termine), riduce l’ansia e promuove una sana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Centro Mandala &#8211; Psicologia e Salute &#8211; Benessere Mente Corpo &#8211; Orvieto</p>
<p><!--Centro Mandala - Psicologia e Salute - Benessere Mente Corpo - Orvieto--></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/SPORT082.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-908" title="SPORT082" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/SPORT082-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Numerosi studi dimostrano che <strong>l’attività fisica migliora il benessere psicologico</strong>, il nostro modo di gestire lo stress e le funzionalità mentali (come la capacità di prendere decisioni e quella di pianificare e la memoria a breve termine), riduce l’ansia e promuove una sana regolazione del sonno. L’evidenza dei test clinici dimostra che l’esercizio può essere utile per curare la <strong>depressione</strong>. Nelle persone più anziane, l’attività fisica può contribuire a ridurre il rischio di demenza e dell’insorgere del morbo di Alzheimer. Se lo sport migliora lo stato psicologico dell’individuo, allo stesso modo <strong>la psicologia</strong>, intesa come scienza, se applicata in maniera sistematica e definita, <strong>può contribuire a migliorare l’approccio allo sport</strong> da parte del giocatore, dell’appassionato, del tecnico nonché sviluppare una mentalità vincente e sicura da parte dell’atleta.<span id="more-903"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nascita e sviluppo della psicologia dello sport </strong><br />
La psicologia dello sport è una disciplina giovane che si pone come punto di incontro tra ricerca scientifica ed applicazione nel settore; il suo bacino di utenza è costituito principalmente da allenatori, dirigenti, atleti, arbitri, medici dello sport, tecnici, e da tutti coloro che operano ad ogni livello nel campo dello sport. Il suo esordio ufficiale è avvenuto al primo Congresso Mondiale sulla psicologia dello sport, tenuto nel <strong>1965 </strong>a <strong>Roma</strong> e curato dal professor <strong>Ferruccio Antonelli</strong>, fondatore e attuale presidente onorario della SIPsiS, Società Italiana di Psicologia dello Sport.</p>
<p style="text-align: justify;">La psicologia dello sport, nata come corrente di pensiero in cui sono confluite diverse discipline (come la psicologia del lavoro e delle organizzazioni, la psichiatria, la medicina, la sociologia, la pedagogia e l’educazione fisica), <em>si pone come obiettivo la comprensione a 360° dell’uomo e del suo essere atleta, analizzando i processi e le conseguenze mentali dell’attività fisica e sportiva nei diversi contesti competitivo, educativo, ricreativo, preventivo, riabilitativo, della disabilità, ecc…</em><br />
Negli ultimi anni l’importanza di questa disciplina ha acquistato sempre maggiore dignità e importanza, anche perché, nello specifico, essa analizza i processi mentali e gli effetti della pratica sportiva direttamente sulla persona, e il suo fine è il conseguimento del benessere e della salute per favorire l’incremento della prestazione sportiva o la serenità nell’affrontarla. L’obiettivo di massimizzare il potenziale umano nel campo della prestazione sportiva, per aumentarla e sostenerla, ha oggi una forte e positiva implicazione per la società in generale, e sta diventando una legittima attività della comunità psicologica. La psicologia sportiva si è sviluppata nel momento in cui ci si è resi conto che <strong>l’allenamento mentale</strong>, inteso come parte integrante della preparazione atletica, <strong>poteva rivestire importanza determinante ai fini della buona riuscita della prestazione sportiva</strong>, come dimostrato da numerose ricerche in laboratorio e sul campo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/bambini-che-giocano-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-909" title="bambini-che-giocano (1)" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/bambini-che-giocano-1-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>Gli scopi della psicologia dello sport</strong><br />
Essendosi sviluppata, nel corso degli anni, una concezione di allenamento «multimodale» (lo studioso dello sport Rainer Martens fu uno dei primi a sviluppare tale teoria), il lavoro dello psicologo dello sport è diventato molto vario e comprensivo di una serie di attività, atte a migliorare e <em>facilitare l’impiego ottimale delle forze, aumentare le capacità concentrativa, migliorare i processi decisionali utili negli sport di squadra, aumentare la capacità immaginativa, elevare la coesione di gruppo e ridurre l’ansia da prestazione attraverso tecniche di rilassamento e training autogeno.</em><br />
Schematizzando, ecco quali sono gli scopi della psicologia sportiva:<br />
<strong>Migliorare la prestazione sportiva</strong> &#8211; Questo lo scopo più comune che porta allenatori, atleti e dirigenti a richiedere la consulenza di uno psicologo dello sport. L’uso di un programma di preparazione psicologica centrato sul miglioramento della concentrazione e sull’insegnamento di strategie di mentali efficaci spinge l’atleta a porsi in una condizione pre-gara ottimale e tale da favorire l’affermarsi di una prestazione agonistica corrispondente alle sue capacità effettive. L’acquisizione di fiducia in sé alla ricerca di una propria stabile autostima, è la vera chiave della motivazione e accresce le sue probabilità di avere successo.<br />
<strong>Gestire lo stress e la paura agonistici </strong>- La pressione competitiva può derivare dalle aspettative dell’allenatore o dei genitori così come dalle aspettative dello stesso atleta. Imparare a gestire lo stress agonistico è importantissimo per conoscere le proprie reazioni e sviluppare al massimo la capacità di gestire efficacemente i momenti di forte tensione fisica e psicologica.<br />
<strong>Permettere ragazzi di vivere lo sport in maniera positiva </strong>- Le organizzazioni sportive che si occupano di attività giovanile trascurano spesso l’aspetto psicologico dell’allenamento, della gara, dell’integrazione tra compagni di squadra e delle problematiche relative all’integrazione sociale. La consulenza dello psicologo dello sport per formare/aggiornare i loro tecnici sportivi favorisce la realizzazione di programmi adeguati alle esigenze di sviluppo dell’autostima e delle competenze psicosociali, cognitive ed emotive dei giovani.<br />
<strong>Formare gli allenatori e i dirigenti sportivi </strong>- Oggi la figura dell’allenatore è molto diversa da quella del passato; prima ancora di essere un preparatore atletico, esso, soprattutto davanti ad un’utenza giovane, deve assumere un ruolo educativo. Un allenatore autorevole (ma non autoritario) deve stabilire una serie di regole precise ma lasciare ampio spazio ai contenuti e quindi alla possibilità per l’atleta di esprimere la propria originalità, le proprie possibilità al meglio, permettendogli di aumentare, in questo modo, la propria autostima. Allo stesso modo ogni operatore sportivo dovrebbe essere coinvolto in un processo di miglioramento continuo, non solo dal punto di vista professionale e tecnico ma anche in relazione alle sue capacità di stabilire relazioni interpersonali e di leadership efficaci e adeguate alle esigenze delle persone con cui si trova ad operare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/SPORT032.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-910" title="SPORT032" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/02/SPORT032-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Mental Training</strong><br />
Per mettere a punto questi obiettivi, la psicologia dello sport prevede una serie sistematica di interventi da operare sul gruppo o sull’individuo; dopo una prima diagnosi, in cui è messa in evidenza personalità, talento, abilità e stabilità emotiva dell’atleta, possono essere previste diverse modalità d’intervento. Ecco in cosa consiste il mental training.<br />
<strong>Focusing</strong>: focalizzazione dell’attenzione e sviluppo della concentrazione. Con questa terapia viene sviluppata nell’atleta la capacità di focalizzare la propria attenzione sull’evento sportivo al quale sta partecipando, sul compito che deve svolgere nel corso di un determinato momento della gara, sul gesto atletico che deve mettere in pratica; la sua concentrazione deve permettergli di non essere distratto da fattori interni, come pensieri negativi, malumori, motivi personali, ed esterni, come acclamazioni del pubblico, parole degli avversari<br />
<strong>Goal setting</strong>: formulazione degli obiettivi. Pianificare una stagione agonistica o sportiva e gestirne gli obiettivi, ha un’importanza pari alla pratica dell’allenamento vera e propria. La scarsa capacità di definire specifici livelli di abilità da raggiungere in nel rendimento dell’atleta, può compromettere una stagione intera. Con questo metodo gli obiettivi sono suddivisi in sub-obiettivi a breve, medio e lungo termine, mirati al miglioramento graduale della prestazione più che al risultato, e pianificati a seconda della difficoltà.<br />
<strong>Imagery</strong>: abilità immaginativa e allenamento ideomotorio. Tra le tecniche più usate per aumentare la performance degli atleti, l’imagery consiste nel fare in modo che l’atleta immagini di vedere se stesso, dall’esterno, mentre compie la prestazione sportiva, come se stesse guardano un film o un video. Gli atleti vengono progressivamente sollecitati e rappresentare mentalmente una serie di immagini visive, grazie all’uso di stimoli immaginativi polisensoriali che favoriscono coinvolgimento emotivo e cognitivo; inoltre viene favorita e sollecitata l’automazione di alcuni gesti atletici o sequenze d’azione, ai fini di poter &#8220;far risparmiare&#8221; all’atleta la giusta dose di concentrazione. La tecnica dell’imagery, preceduta sempre da una breve seduta di rilassamento, è anche utilizzata prima di una gara, ai fini di focalizzare l’attenzione dell’atleta nel contesto in cui si troverà di lì a poco.<br />
Arousal: gestione dell’attivazione fisiologica. Il termine arousal usato in psicofisiologia indica l’attivazione fisiologica e comportamentale dell’organismo ai fini di uno sforzo fisico ottimale: quando l’atleta deve compiere una prestazione, il suo organismo deve infatti sviluppare una serie di processi psicologici e fisici che gli garantiscano un risultato ottimale. Gestire lo stato di arousal significa quindi sviluppare il senso della vigilanza e dell’attenzione, accelerare l’attività dei muscoli che si preparano allo sforzo ed il cuore e i polmoni che si preparano al dispendio di energia. Per l’atleta è di fondamentale importanza raggiungere e mantenere il suo livello ottimale di attivazione psicofisiologica in ogni circostanza, allenandosi con delle semplici tecniche di attivazione o disattivazione, secondo le esigenze.<br />
<strong>Rilassamento, gestione dello stress e comunicazione</strong>. La fase di rilassamento dello sportivo, soprattutto in vista di un impegno decisivo o al termine dello stesso, hanno grande importanza; tecniche come il Training Autogeno o il Rilassamento Progressivo di Jacobson, vengono utilizzate per prendere consapevolezza della tensione muscolare a riposo e in attività per gestire situazioni ansiogene o stressanti e sono preparatorie a qualsiasi attività di imagery. Per quanto riguarda lo stress, sappiamo che sia l’allenatore che gli atleti possono esserne colpiti: si renderà quindi necessario adottare delle strategie per abbassare il livello di ansia, sviluppando l’abilità a controllare e ad utilizzare in modo vantaggioso gli stimoli stressanti. L’aspetto comunicativo, infine, dovrà essere costantemente monitorato: oggi gli atleti non vogliono essere esclusi dalla gestione dell’attività sportiva che lo riguardano e la necessità di dialogare e pianificare insieme con allenatori e dirigenti rende tale aspetto da non sottovalutare. Si rivelano di grande utilità incontri di gruppo fra atleti ed allenatore, fra allenatore e dirigenti, fra atleti di una stessa squadra con qualche problema di dialogo fra giocatori.</p>
<p style="text-align: justify;">(tratto da <a href="http://www.edusport.it/">http://www.edusport.it</a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>dott. Roberto Ausilio, Psicologo dello Sport</strong><br />
<strong>cell 328 4645207</strong><br />
<strong><a href="mailto: ausilio@centromandala.info">mail </a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Psicologo dello Sport Orvieto, Psicologo dello Sport Terni, Psicologo dello Sport Viterbo, Psicologo dello Sport Umbria.</p>
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		<title>Educazione al Movimento: iscrizioni in corso</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 08:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono aperte le iscrizioni al corso di formazione &#8220;Educazione al Movimento&#8221; che si terrà al Centro Mandala nei giorni di sabato 31 marzo e domenica 1 aprile 2012 Per visionare il programma e iscriversi al corso clicca qui]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2011/11/gattonare.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-759" title="gattonare" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2011/11/gattonare-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" /></a>Sono aperte le iscrizioni al corso di formazione &#8220;Educazione al Movimento&#8221; che si terrà al Centro Mandala nei giorni di sabato 31 marzo e domenica 1 aprile 2012</p>
<p style="text-align: justify;">Per visionare il programma e iscriversi al corso <a title="Educazione al movimento" href="http://www.centromandala.info/formazione/educazione-al-movimento/">clicca qui </a></p>
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		<title>Sex addiction: un italiano su dieci è dipendente</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 10:19:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto ausilio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non è solo un problema da vip come Michael Douglas, Tiger Woods o Charlie Sheen. Il sesso può diventare una droga anche per i comuni mortali: secondo una ricerca, sono giovani, intorno ai 30 anni, in coppia ma anche single, e più spesso uomini gli italiani &#8216;drogati di sesso&#8217;. &#8220;Abbiamo condotto uno studio in parallelo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;"><a href="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/01/168724_125041784233964_100001844281836_163843_6593543_n.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-883" title="168724_125041784233964_100001844281836_163843_6593543_n" src="http://www.centromandala.info/wp-content/uploads/2012/01/168724_125041784233964_100001844281836_163843_6593543_n-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Non è solo un problema da vip come Michael Douglas, Tiger Woods o Charlie Sheen. </span><span style="text-align: justify;">Il sesso può diventare una droga anche per i comuni mortali: secondo una ricerca, sono giovani, intorno ai 30 anni, in coppia ma anche single, e più spesso uomini gli italiani &#8216;drogati di sesso&#8217;. &#8220;Abbiamo condotto uno studio in parallelo con colleghi svedesi su 400 connazionali e altrettanti nord-europei, uomini e donne. Scoprendo che circa il 10% è sessomaniaco, e il 20% ha comportamenti a rischio&#8221;, spiega all&#8217;Adnkronos Salute Chiara Simonelli, docente di psicologia dello sviluppo sessuale alla Sapienza di Roma, in occasione dell&#8217;uscita oggi in Italia di &#8216;Shame&#8217;, l&#8217;audace film di Steve McQueen con un Michael Fassbender sessodipendente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-879"></span></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Un film importante, perché è utile parlare di questi temi, e non solo quando a dichiarare la propria dipendenza sono personaggi famosi&#8221;, dice la studiosa. Anzi, portare una vicenda di questo tipo al cinema può, secondo Simonelli, far scattare un campanello d&#8217;allarme &#8220;nelle persone che sono più vicine a un sessodipendente: i familiari, gli amici, i partner. Sono loro i primi ad accorgersi che qualcosa non va. Anche perché si tratta di un fenomeno in continua crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo visto infatti che, in una popolazione giovane e molto attiva online, per ogni donna &#8216;drogata di sesso&#8217; &#8211; dice Simonelli &#8211; ci sono quattro uomini con lo stesso problema. E se questi ultimi ricorrono molto più spesso a strumenti come riviste e film hard, le prime prediligono decisamente le chat room&#8221;. &#8216;Stanze virtuali&#8217; usate per flirtare e &#8216;agganciare&#8217; potenziali partner, con cui poi vivere incontri reali. &#8220;Ci ha colpito molto &#8211; prosegue &#8211; il fatto che, per uomini e donne, essere single o in coppia non fa differenza. Insomma, il sesso si cerca fuori casa anche se non manca nelle mura domestiche. Inoltre si è visto che nel 10% dei sessomaniaci la smania per il sesso è già arrivata a fare i primi danni, sul piano personale, ma anche lavorativo. E proprio la facilità nel trovare strade anche virtuali per soddisfare questa dipendenza alimenta la &#8216;febbre&#8217; per il gioco, e rende difficile uscire da questa vera e propria trappola&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Dire basta diventa difficile &#8220;anche perché non ci si rende conto di essere ormai presi dal proprio gioco. Così alcuni arrivano a far saltare il bilancio familiare prima di capire di avere un problema. E sono numerosi i giovani con comportamenti al limite, che rischiano di cadere in questa forma di dipendenza&#8221;, sostiene Simonelli. Si tratta di una schiavitù che &#8220;preoccupa prima chi ci sta intorno, e vede una progressiva assenza e un disinteresse per i rapporti sociali, il lavoro, insomma la vita vera&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Soddisfare il proprio desiderio &#8220;diventa l&#8217;attività centrale della giornata&#8221;, e può costare caro. &#8220;Ricordo il caso di un genitore in pensione letteralmente rovinato dal figlio, schiavo delle hotline. Insomma, si tratta di una dipendenza che, proprio come le altre, rischia di rovinare la vita&#8221;, conclude.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa rende più vulnerabili alla sex addiction? &#8220;Non si sa ancora se in qualche modo una predisposizione genetica possa entrare in gioco, o se un qualche ruolo possano averlo le esperienze vissute, dunque i fattori ambientali&#8221;, prosegue l&#8217;esperta. &#8220;Sicuramente si tratta di elementi da investigare. In ogni caso possiamo pensare che le vittime di questa dipendenza presentino una qualche fragilita&#8217;, come accade nelle altre forme di &#8216;schiavitu&#8221; nei confronti di alcol, o droga, o anche gioco d&#8217;azzardo&#8221;. E se negli Usa sono fiorite delle cliniche apposite &#8220;che curano i malati di sesso come gli alcolisti e i tossicodipendenti&#8221;, da noi questo non è accaduto. &#8220;In genere ci si rivolge ai centri per le dipendenze, o al sessuologo. Ma uscire da questo &#8216;gioco&#8217; non e&#8217; affatto semplice: la percentuale di successo e&#8217; bassa &#8211; conclude &#8211; mentre e&#8217; elevato il rischio di ricadute&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333; font-family: Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; font-size: 11px; line-height: normal;"> </span>Tratto da http://www.adnkronos.com</p>
<p style="text-align: justify;">via <a href="http://www.opsonline.it/psicologia-27743-sex-addiction-dipendenza-sesso.html">Sex addiction: un italiano su dieci è dipendente</a>.</p>
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